"Cina, primo inquinatore al mondo"
fonte Italia Oggi / Ambiente
A Durban, dove oggi si conclude il 17esimo vertice annuale dell'Onu sul clima, si è riacceso puntualmente il conflitto fra paesi emergenti e paesi «ricchi», in cui i primi continuano ad aspettarsi esenzioni e aiuti economici, mentre i secondi paiono sempre meno disposti a farsi colpevolizzare e puntano il dito contro l'aumento delle emissioni da parte della Cina, salita sul podio di primo inquinatore da Co2 del mondo.
Come sempre succede, si tratta di un vertice affollato da
diplomatici, ong, attivisti e no-global, i quali partono dall'assunto
che tutti concordano e «la scienza» ha parlato.
Ma il silenzio
mediatico che finora ha circondato in gran parte il vertice ha di fatto
steso una coltre anche sulle notizie di segno diverso. Non solo nei
giorni prima del vertice erano emerse delle mail definibili come un
secondo «clima-gate», dopo quello che aveva affondato le ambizioni
riposte nel vertice del 2009 a Copenhagen, ma a sfatare tanti luoghi
comuni si erano moltiplicati anche i segnali negativi sul fronte
dell'economia verde. Fra queste la notizia data dal Wall Street Journal
secondo cui il sognato boom dell'occupazione nel settore energetico si è
materializzato non grazie alle fonti rinnovabili, ma per merito di
petrolio e metano, nelle cui industrie i posti di lavoro sono aumentati
dell'80%. Oppure le notizie sul fotovoltaico, che a sentire i grandi
media italiani sarebbe ancora l'Eldorado a cui puntare, mentre
risulterebbe clamorosamente fallito proprio nei paesi stranieri portati a
esempio: è il caso della Cina, che esporta pannelli solari in Italia,
mentre Bloomberg certifica che il settore domestico è al collasso. I
posti di lavoro? Sono aumentati in Texas, ma solo per gli addetti alla
pulitura continua delle celle solari, operazione senza la quale si
riduce della metà l'efficienza dei pannelli. Particolarmente
imbarazzante sul fronte occupazionale il fallimento della Solyndra,
azienda a cui il presidente americano Barack Obama aveva fatto prestare
mezzo miliardo di dollari proprio perché creasse occupazione. Pochi
giorni fa il Washington Post (NYSE: WPO - notizie)
ha reso noto che era stato lo stesso governo Obama a fare pressioni
affinché la notizia dei licenziamenti imminenti alla Solyndra non fosse
resa nota prima delle elezioni di fine 2010.
A Durban però di tutto questo non si è parlato e ci si è concentrati sul tentativo di istituire un nuovo tetto alle emissioni di gas serra al posto del Protocollo di Kyoto, che vincolava alcuni stati e non altri. Ancora ieri le posizioni erano distanti, con Russia, Giappone e Canada indisponibili a rinnovare il trattato se i loro concorrenti commerciali, Cina, India e Usa, non assumeranno impegni simili, e l'Unione europea impegnata a fare da mediatrice, seppure favorevole, come sempre, a mettere il visto sulle restrizioni più alte e vincolanti.
Tutto questo viene contrattato dal 26 novembre fra i 190 paesi riuniti a Durban, avendo presenti non solo le previsioni di catastrofi, ma anche il mercato delle emissioni di CO2, che non è decollato, ed è anzi crollato. Le prospettive economiche in questo settore avevano attirato molti investimenti ma, come è scritto in una nota di novembre dell'Ubs (NYSEArca: DJCI - notizie) alla propria clientela, si prevede una discesa ulteriore delle quotazioni dei crediti alle emissioni. È come il cane che si morte la coda: le industrie stressate da troppi obblighi facilmente chiudono, e con loro spariscono sia la CO2 nell'aria sia la desiderata domanda sul mercato delle emissioni.
Più vicino invece pare l'accordo sul Fondo verde per il clima, con cui i paesi industrializzati si impegnerebbero ad aiutare le nazioni povere a difendersi dai cambiamenti climatici. Si parla di 100 miliardi di dollari l'anno a favore dei più direttamente colpiti dall'aumento delle temperature. A rendere faticoso l'accordo però ancora ieri erano le incertezze sulla ripartizione degli oneri e sul loro effettivo utilizzo.
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