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"Rischio stress: partire dall'analisi organizzativa del sistema impresa"
fonte www.puntosicuro.it / Salute
05/07/2012 - È da diversi anni che si parla di prevenire i
rischi dello stress correlato al lavoro, se ne parla con riferimento
alle normative vigenti, agli obiettivi europei, alle procedure
di valutazione, alle difficoltà e ai ritardi delle aziende nel processo di
valutazione. Se ne parla dunque sempre con riferimento agli adempimenti e al
modo migliore di affrontarli: quello che rimane sullo sfondo è la situazione
reale dello stress, l’evoluzione nel mondo del lavoro alla luce delle crisi,
dei cambiamenti, delle difficoltà, anche sindacali, di interagire per tempo sui
temi della sicurezza. Quello di cui non si parla abbastanza è la
relazione tra lavoro e salute.
Per
trovare utili spunti di riflessione su questo tema ci rivolgiamo agli
interventi del seminario " Stress
ed ergonomia, strumenti per la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori
per la sicurezza alla valutazione e gestione del rischio", un
seminario che si è tenuto il 27 Gennaio 2012 ed è stato organizzato dall’ Azienda USL5 di Pisa.
Un
intervento al seminario, dal titolo “
Definizioni e strumenti di lavoro per la prevenzione dello
stress” e a cura di Gino Rubini (Coordinamento Nazionale Salute e
Sicurezza del Lavoro della CGIL nazionale - curatore sito Diario per la
Prevenzione), presenta un’utile riflessione sulla relazione tra lavoro e salute
con riferimento alla prevenzione dello stress e all’attività degli RLS nelle
aziende.
Un
primo aspetto che il relatore pone in
evidenza “riguarda il dolore sociale e le preoccupazioni delle migliaia di
persone, giovani, donne che non riescono a conquistare un lavoro vero, non
volatile, e le migliaia di persone mature, ma non troppo per la pensione, che
lo stanno perdendo”. E non è possibile non tener conto, quando si parla di
salute e lavoro, di una
condizione di difficoltà
complessiva che porta spesso “i lavoratori, quelli che il lavoro ce
l'hanno, ad accettare condizioni di lavoro insicuro, orari, turni e carichi
incomparabili rispetto alla realtà di qualche anno fa”.
Se
parliamo poi dell’ Accordo
europeo sullo stress lavoro-correlato stipulato a Bruxelles l'8 ottobre 2004
e successivamente recepito in Italia dall'accordo interconfederale dell'8
giugno del 2008, è indubbio che nel 2004
“le
condizioni complessive del lavoro
erano differenti da quelle attuali”, condizioni modificate anche dalle
conseguenze, via via sempre più evidenti, della crisi economica in atto.
Se
l’accordo allora aveva aperto uno spazio nuovo e “dato visibilità ad un
problema che non aveva cittadinanza”, oggi
presenta delle
debolezze.
Il
primo livello di debolezza –
continua Rubini - riguarda l'impianto fondamentale: “la definizione di stress
lavoro correlato e le modalità operative con le quali affrontare il
problema”.
Infatti
“l'intensificazione del lavoro resa disponibile al management dalle nuove
strumentazioni gestionali supportate dall'informatica e dalla rete è
incomparabile rispetto a tutte le forme precedenti di organizzazione
del lavoro”. Un processo di ristrutturazione “che ha inizio da metà degli
anni 80 giunge ad un perfezionamento e a risultati straordinari dall'inizio del
2000 ad oggi”.
Tali
strumentazioni organizzative “consentono
al management in quasi tutti i settori la possibilità di misurare le
performances personali, l'introduzione di pratiche gestionali ispirate alle
scuole della qualità totale che responsabilizzano molto il lavoratore che non
sempre riceve gli strumenti per lavorare al meglio”. In certi casi si arriva -
ad esempio con riferimento alla “lean production”, alla “produzione snella”,
una filosofia che mira a minimizzare gli sprechi fino ad annullarli – ad una “
saturazione del lavoro che spazza via i
microtempi che consentivano un riposo delle articolazioni: i cestelli dei
componenti sono più vicini, ma i movimenti ripetitivi nell'unità di tempo sono
aumentati”... Da qui “l'epidemia dei DMS” (l’aumento dei disturbi muscoloscheletrici
tra i lavoratori) e “le contese tra sistemi di valutazione Ocra o Ergo Uas (come
riferito da PuntoSicuro in relazione al lavoro
in Fiat).
In
questa situazione “il filo di lana della
contrattazione
aziendale, della capacità di contrattare le condizioni di lavoro diviene
sempre più sottile e ad un certo punto, in molte realtà si rompe”...
Con
la conseguenza che la “relazione lavoro salute nella pratica sindacale
s'indebolisce per lasciare posto ad una definizione generica di prevenzione dei
‘rischi psicosociali’” e al riferimento della Commissione europea al ruolo
della salute e della sicurezza nel lavoro come “
fondamentale per rafforzare la competitività e la produttività delle
imprese e a contribuire alla sostenibilità dei sistemi di protezione sociale,
perchè si traduce in una riduzione del costo degli incidenti e delle malattie
ed in una maggiore motivazione dei lavoratori...”.
Il
rischio è che il diritto alla salute e alla incolumità divenga dunque “
subalterno e variabile dipendente dalle
performance competitive dell'impresa”.
Secondo
Rubini guardando alla
normativa
nazionale, l'obbligo di valutazione dello stress lavoro-correlato nel Decreto legislativo 81/2008, apre uno “scenario
confuso”.
Il problema stress “viene affrontato come un
qualsiasi altro rischio, chimico o fisico, partendo dal concetto di esposizione
e di misura e di ricerca del soggetto esposto a rischio o già danneggiato, una
pratica che non porta risultati di cambiamento dei contesti organizzativi ove
si produce il fenomeno”.
Le
discussioni sul coping, sull’adattamento ai fattori stressogeni, e le
descrizioni “sul fare fronte di cui sono ripieni i DVR più aggiornati non hanno
come conseguenza proposte e progetti di riorganizzazione e miglioramento dei
modelli organizzativi aziendali”.
Il
percorso è quello della “
sanitarizzazione
del disagio” con tutte le “conseguenze negative per il lavoratore di
entrare all'interno di un percorso assistenziale che rischia di classificarlo
come non adatto.
L'impostazione che
prevede la ricerca dei lavoratori stressati verosimilmente ha parecchi difetti
e non produce cambiamenti positivi”.
In
realtà il
problema del coping
“esiste ma in modo rovesciato: in molti casi è l'organizzazione aziendale che è
‘piccola’ (anche se imponente e grande) poiché manca delle idee, delle risorse
e delle competenze necessarie per rispondere alle domande dei lavoratori per
potere lavorare correttamente”. In molte realtà è dunque “la
cattiva organizzazione che rende
impossibile il ‘fare bene il proprio lavoro’ e non fa fronte alle esigenze dei
lavoratori”.
Se
guardiamo poi ai tentativi di prevenire il fenomeno attraverso “l'attuale
metodologia validata dal Ministero del Lavoro”, si può vedere che “
l'iniziativa di prevenzione si ferma subito
dopo la raccolta dei dati oggettivi, il primo step. Il 70% delle imprese ha
già chiuso il cerchio: semaforo verde, per i consulenti e dirigenti il rischio
stress non c'è. Eppure parlando coi lavoratori ci si rende conto che stanno
male perché lavorano male...”.
In
questi anni è in realtà prevalsa “una ideologia tesa ad esaltare la
collaborazione e ad esorcizzare il conflitto: la ‘scomparsa’ del conflitto in
forma visibile non ha aiutato le imprese a selezionare gli stimoli provenienti
dai lavoratori”. In realtà non “bisogna cedere alle cosiddette buone pratiche
compassionevoli tese ad usare gli ammortizzatori psicologici per non affrontare
i nodi del lavoro reale, le incongruenze organizzative e per evitare il
conflitto per il cambiamento. Molte risorse sono state spese, male, per
aggiornare in modo a volte poco decente i DVR in materia di stress lavoro
correlato mentre quasi nulla o
molto
poco si è speso per una efficace analisi del sistema organizzativo per
misurarne la ‘salute’ o le potenzialità stressogene”.
Partire
dall'
analisi organizzativa del sistema
impresa – secondo Rubini – “è il primo passaggio serio e concreto per fare
prevenzione rispetto allo stress
lavoro correlato. Conoscere con precisione la filiera, i passaggi dalla
progettazione alla produzione, le strozzature, i doppi messaggi di un
management a volte in conflitto al proprio interno è il primo passo per
misurare se il sistema organizzato è sano o è patogeno”.
In
una situazione in cui molte iniziative aziendali in materia di stress lavoro
correlato “si prefiggono il solo scopo dell'adempimento burocratico”, è necessario verificare se il sistema
aziendale “è in grado di fare fronte alle domande dei lavoratori per lavorare
bene”.
E
in questo senso, conclude il relatore,
delegati
sindacali e
RLS devono “intervenire sul lavoro reale, affinché i lavoratori
riescano a lavorare bene e in sicurezza e affinché il sistema organizzativo sia
di supporto alle loro esigenze, alle loro domande”.
È
necessario “mettere in condizione le persone di reagire per affrontare i
percorsi che li attendono, che ci attendono, per i prossimi anni, percorsi né
facili né lineari”: per fare prevenzione “è necessario predisporre gli
strumenti per rafforzare nei lavoratori, in particolare quelli giovani,
identità,
autostima e
competenza
professionale”, veri “antidoti contro lo stress e più in generale contro la
paura del futuro”.
“ Definizioni
e strumenti di lavoro per la prevenzione dello stress”, Gino Rubini,
Coordinamento Nazionale Salute e Sicurezza del Lavoro della CGIL nazionale -
curatore sito Diario per la Prevenzione, intervento al seminario “Stress ed
ergonomia, strumenti per la partecipazione dei rappresentanti dei lavoratori
per la sicurezza alla valutazione e gestione del rischio” (formato PDF, 57 kB).
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