News
"L’esposizione femminile a stress, violenze e stalking"
fonte www.puntosicuro.it / Salute
08/03/2016 - Diverse
pubblicazioni in questi anni hanno segnalato come le
patologie psichiche siano molto in crescita tra le donne, con la
depressione che è la principale causa di disabilità tra i 15 e i 44 anni e una
percentuale del 20% di donne che usa ansiolitici (il 15% antidepressivi) contro
il 9% degli uomini. E in alcune attività a prevalente occupazione femminile,
come l’ attività
infermieristica, la probabilità di
essere vittime di atti di
violenze sul lavoro sono ben tre volte superiori rispetto alle altre
categorie di lavoratori.
Ne parliamo in occasione della
giornata internazionale della donna,
una giornata che non deve servire solo a ricordare le conquiste sociali,
politiche ed economiche delle donne acquisite nel tempo (spesso molto tardi: in
Italia il suffragio universale, diversamente da molti altri paesi europei,
arriverà solo nel 1945). Ma deve servire anche a mettere in luce le
discriminazioni e le violenze sulle donne, anche in ambito lavorativo, che sono
ancora presenti in molte parti del mondo, compreso il nostro paese.
A dimostrazione di ciò è
sufficiente verificare come la ricerca in materia di
salute e sicurezza del lavoro orientata al genere sia un filone di
indagine recente. Un ambito di ricerca che ha il compito di considerare i
rischi lavorativi non più da un punto di vista “neutro”: bisogna tener conto delle differenze
di genere e offrire strategie di prevenzione più adeguate ed efficaci.
Strategie su cui il nostro
giornale si soffermerà attentamente nei prossimi mesi con riferimento anche ai rischi
emergenti (stress, invecchiamento, nuove tecnologie, ...) e correlati all’evoluzione della società
e del mondo del lavoro.
Per affrontare oggi il tema dell’
esposizione femminile ai rischi
psico-sociali, alle molestie e violenze sul lavoro, torniamo a presentare
il contenuto di una pubblicazione dell’Inail, dal titolo “ Lavoro, sicurezza e
benessere al femminile. Il fattore donna al centro delle nuove sfide nel mercato
del lavoro” e a cura di Emma Pietrafesa, Chiara Brunetti e Maria
Castriotta.
La pubblicazione ricorda che la
presenza di
stress nel mondo del
lavoro è correlata a diversi
fattori:
“il tipo di lavoro svolto (problemi con attrezzature inadeguate, ripetitività
dei compiti, carico di lavoro eccessivo o insufficiente, lavoro a
turni o orari rigidi); la posizione nella gerarchia organizzativa
(immobilismo professionale e assenza di prospettive, comunicazione carente,
isolamento sociale o fisico); la discriminazione; le difficoltà di conciliare
lavoro e vita privata; le molestie sessuali). E si segnala che rispetto ai
colleghi maschi, l’
esposizione femminilea tali fattori di rischio “è molto superiore a causa delle discriminazioni
subite sul lavoro e delle maggiori responsabilità domestiche e familiari:
monotonia, scarsa autonomia, orari rigidi di lavoro, impiego in mansioni
emotivamente gravose (come accade per le infermiere o per le insegnanti che, ad
esempio, lavorano molte ore in piedi, in ambienti rumorosi, fattori che già di
per sé rappresentano un rischio per la salute, spesso anche a contatto con
bambini con disturbi), sono tutti fattori di stress particolarmente onerosi per
le donne, proprio alla luce del ruolo sociale che ricoprono”.
Se diverse sono dunque “le cause
che provocano l’insorgere di stress nei lavoratori appartenenti a sessi
diversi, persino quando si trovano ad operare in uno stesso ambiente di lavoro,
diverse dovranno essere anche le strategie di prevenzione”. Dovranno, in definitiva, tener conto delle differenze
uomo-donna e “considerare come fattori di stress anche le molestie
sessuali, le discriminazioni, le responsabilità verso la famiglia e altri
fattori che colpiscono maggiormente e più direttamente le donne”.
Ad esempio le
molestie sessuali (manifestazioni
verbali come battute a sfondo sessuale, non verbali come sguardi fissi e
prolungati, e fisiche, come i contatti fisici non richiesti, ...) sono “un
fattore di stress percepito molto più frequentemente dalle donne che dagli
uomini e denunciato dal 30-50% delle lavoratrici contro il 10% dei lavoratori,
secondo alcuni studi condotti dalla Commissione Europea Lavoro e Affari Sociali”.
Senza dimenticare che spesso le molestie sessuali “non vengono denunciate per
paura di perdere il posto di lavoro o per il timore di ritrovarsi emarginate
dai colleghi”.
Anche le
intimidazioni e il
mobbing
sono “fattori di stress, dagli accertati effetti sintomatologici sul piano
della salute fisica, mentale e psicosomatica della vittima che li subisce,
quali stress, depressione, diminuzione dell’autostima, sensi di colpa, fobie,
disturbi del sonno e degli apparati digestivo e muscolo-scheletrico; anche
questo tipo di rischi è percepito con maggiore frequenza rispetto ai colleghi
uomini”.
E se le
violenze legate al lavoro colpiscono anche gli uomini, le donne ne
sono comunque maggiormente esposte: “ciò è dovuto anche al loro massiccio
impiego in lavori a contatto con il pubblico, dal momento che gli atti violenti
sui luoghi di lavoro sono diffusissimi proprio in quelle professioni che
prevedono contatto con clienti, pazienti, studenti, ecc.”. E nello specifico gli
ambienti più a rischio riguardo alle violenze sono costituiti dal settore
terziario, “con particolare riferimento alle aziende che operano nel settore sanitario,
dei trasporti, della vendita al dettaglio, dell’istruzione e del settore
HORECA”. E le figure più esposte ai pericoli sono: “infermieri, conducenti
di mezzi pubblici, cassieri di banche e supermercati, assistenti sociali e
personale di bar e ristoranti. La gestione di denaro contante, l’incombenza di
dover far rispettare delle regole, il fatto di compiere un lavoro isolato o con
pochi colleghi: sono tutti elementi che rappresentano potenziali fattori di
rischio”.
Ricordiamo a questo proposito che
il 25 gennaio 2016 è stato finalmente è stato firmato da Cgil, Cisl, Uil e
Confindustria l’ Accordo
quadro sulle molestie e la violenza nei luoghi di lavoro che recepisce,
dopo quasi nove anni, l’accordo quadro sulle molestie e la violenza nei luoghi
di lavoro raggiunto nel 2007 dalle rispettive rappresentanze a livello europeo
(Businesseurope, Ceep, Ueapme e Etuc).
Concludiamo l’articolo
presentando brevemente una scheda di approfondimento del documento Inail
dedicata allo
stalking.
Infatti alcuni comportamenti “come
telefonate, sms, e-mail, visite a sorpresa e perfino l’invio di fiori o regali,
possono essere graditi segni di affetto che, tuttavia a volte, possono
trasformarsi in vere e proprie forme di persecuzione in grado di limitare la
libertà di una persona e di violare la sua privacy”. E la persecuzione “avviene
solitamente mediante reiterati tentativi di comunicazione verbale e scritta,
appostamenti e intrusioni nella vita privata”.
I contesti in cui si manifesta lo
stalking riguardano nella maggior parte dei casi la relazione di coppia (55%),
il condominio, la famiglia (figli/fratelli/genitori), ma nel 15% dei casi
riguardano anche il posto di lavoro/scuola/università.
La scheda indica che il “molestatore
assillante” (
stalker) manifesta un “complesso
insieme di comportamenti” che comprende “l’aspettare, l’inseguire, il raccogliere
informazioni sulla ‘vittima’ e sui suoi movimenti, comportamenti che sono quasi
sempre tipici di tutti gli stalker, al di là delle differenze rilevate di
situazione in situazione”. E si segnala che alcuni studi su questo fenomeno
hanno distinto “
due categorie di
comportamenti attraverso i quali si può attuare lo stalking:
- la prima tipologia comprende le
comunicazioni intrusive, che includono tutti i comportamenti con lo scopo di
trasmettere messaggi sulle proprie emozioni, sui bisogni, sugli impulsi, sui
desideri o sulle intenzioni, tanto relativi a stati affettivi amorosi (anche se
in forme coatte o dipendenti) che a vissuti di odio, rancore o vendetta. I
metodi di persecuzione adottati, di conseguenza, sono forme di comunicazione
con l’ausilio di strumenti come telefono, lettere, sms, e-mail o perfino
graffiti o murales;
- il secondo tipo di
comportamenti di stalking è costituito dai contatti, che possono essere attuati
sia attraverso comportamenti di controllo diretto, quali ad esempio pedinare o
sorvegliare, che mediante comportamenti di confronto diretto, quali visite
sotto casa o sul posto di lavoro, minacce o aggressioni”.
Rimandando ad una lettura
integrale del documento Inail, che si sofferma anche su alcuni aspetti
normativi dello stalking, concludiamo ricordando le “
tre caratteristiche di una molestia perché si possa parlare di stalking;
1. l’attore della molestia, lo
stalker, agisce nei confronti di una persona che è designata come vittima in
virtù di un investimento ideo-affettivo, basato su una situazione relazionale
reale oppure parzialmente o totalmente immaginata (in base alla personalità di
partenza e al livello di contatto con la realtà mantenuto);
2. lo stalking si manifesta
attraverso una serie di comportamenti basati sulla comunicazione e/o sul
contatto, ma in ogni caso connotati dalla ripetizione, insistenza e
intrusività;
3. la pressione psicologica
legata alla ‘coazione’ comportamentale dello stalker e al terrorismo
psicologico effettuato, pongono la vittima ‘stalkizzata’, definita anche
stalking victim, in uno stato di allerta, di emergenza e di stress
psicologico”.
INAIL - Settore Ricerca,
Certificazione e Verifica - Dipartimento Processi Organizzativi, “ Lavoro, sicurezza e benessere al femminile. Il fattore donna al
centro delle nuove sfide nel mercato del lavoro”, documento curato da Emma Pietrafesa,
Chiara Brunetti e Maria Castriotta, dicembre 2013 (formato PDF, 3.16 MB).
Vai all’area riservata agli
abbonati dedicata a “ Lavoro,
sicurezza e benessere al femminile”.
RTM
Segnala questa news ad un amico
Questa news è stata letta 1086 volte.
Pubblicità