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"Storie di infortunio: vino amaro"
fonte www.puntosicuro.it / Sicurezza Macchine ed Attrezzature
03/05/2016 -
Il Centro regionale di Documentazione per la Promozione
della Salute della Regione Piemonte ( Dors)
raccoglie storie d'infortunio rielaborate dagli operatori dei Servizi
PreSAL delle ASL piemontesi a partire dalle inchieste di infortunio, con la
convinzione che conoscere come e perché è accaduto sia una condizione
indispensabile per proporre soluzioni efficaci per la prevenzione.
Questa storia, dal titolo “Vino amaro”
(a cura di Alessandro Sansonna
e Fabio Aina, Servizio Pre. S.A.L della Asl NO), presenta un infortunio grave dove una persona ha
perso l’avambraccio sinistro rimanendo impigliata con il vestito che indossava
in un macchinario di una distilleria durante una visita organizzata per un
evento culturale.
Chi è stato coinvolto
Anna, una signora di quarantanove
anni, stava partecipando come visitatrice ad un evento culturale denominato
“distillerie aperte” che si teneva presso un’ azienda
vinicola.
Dove e quando
L’incidente è accaduto in una
sera di ottobre del 2012 nel reparto produzione di una distilleria di vini e
liquori.
La distilleria aveva aderito,
insieme ad altre aziende della zona, all’evento “distillerie aperte” permettendo
che i visitatori accedessero ai reparti dello stabilimento.
Che cosa si stava facendo
Intorno alle ore 20, Anna si è
trovata nella piazza del paese con gli amici con cui aveva organizzato da tempo
la visita all’azienda vinicola che sarebbe iniziata alle 21. Per questo la
comitiva si dirigeva verso la destinazione che distava circa 50 km.
Una volta giunti alla distilleria
ad accogliergli c’erano i proprietari che, dopo aver salutato e spiegato ai
presenti l’attività della ditta, hanno invitato la comitiva a fare un giro per
i reparti dello stabilimento, in modo da poter meglio illustrare la produzione
dei distillati. Il tour era iniziato da circa mezz’ora quando giungevano al
reparto “essiccatoio”.
Precisamente il gruppo si trovava
in prossimità di un macchinario denominato “spartisemi” che è una macchina
costituita da un setaccio vibrante che ha lo scopo di separare la buccia della
vinaccia dai semi in essa contenuti. I semi cadono in una vaschetta ai piedi
dell’apparecchio, da questo contenitore vengono poi soffiati con un ventilatore
attraverso una tubazione in un’area di stoccaggio all’esterno del reparto.
Il ventilatore ha un’apertura
dalla quale prende l’aria che poi comprime per spingere i semi.
A un certo punto
Anna si trovava vicino al
macchinario, quando la manica sinistra della mantellina che indossava veniva
risucchiata all’interno dalla ventola a causa dell’apertura presente.
Conseguentemente, l’avambraccio
sinistro era trascinato nella girante la quale, per il suo movimento rotatorio,
le strappava la mano che veniva poi spinta, attraverso la tubazione, nel
deposito esterno. Qui è stato successivamente ritrovata insieme ai brandelli
della mantellina.
Ricordo che ci trovavamo nella zona essiccatoio, stavo transitando
accanto al macchinario spartisemi a circa mezzo metro. Improvvisamente mi sono
sentita attirare verso la macchina e mi sono accorta che mi aveva aspirato il
vestito e, nel giro di pochi istanti, senza accorgermene non mi sono più
ritrovata l’avambraccio sinistro.
Cosa si è appreso dall’inchiesta
L’assenza di protezione della
bocca di aspirazione e dei suoi organi in movimento sono stati determinanti nel
causare l’infortunio.
L’origine di tale carenza è da
ricercarsi nella mancata valutazione dei rischi della macchina che presentava
altre due ventole, pulegge ed ingranaggi non protetti contro i contatti
accidentali, costituendo un rischio sia per i lavoratori sia per gli eventuali visitatori.
Anna era solo una visitatrice
dell’impianto, non ci lavorava. Diverse sentenze della Corte di Cassazione
hanno comunque stabilito che il datore di lavoro è responsabile anche dell’incolumità
di quelle persone che accedono agli ambienti di lavoro a qualsiasi titolo.
All’inizio del percorso che ha
portato il gruppo nei reparti di produzione, non è stata data alcuna
indicazione di sicurezza come, ad esempio, non avvicinarsi ai macchinari in movimento
piuttosto che non toccarne gli organi lavoratori o non indossare abiti ampi o svolazzanti
che potevano rimanere impigliati in tali organi.
Nessuno ci aveva avvisato del pericolo presente e non ci era stato
detto di non indossare vestiti particolarmente ampi o pendenti. Quando siamo
entrati nel reparto ho subito notato che il passaggio dal quale transitavamo
era stretto e che c’erano macchinari in movimento. Il gruppo transitava molto
vicino alla ventola, sicuramente a pochi centimetri.
Nessuna segnaletica di sicurezza
era stata apposta in prossimità delle zone pericolose e, cosa molto importante,
nessun riparo era stato installato per prevenire contatti anche accidentali con
gli elementi mobili del macchinario.
Raccomandazioni
Per chi si occupa di sicurezza
negli ambienti di lavoro è risaputo che in tutte quelle situazioni in cui c’è
la possibilità di subire infortuni a causa di organi in movimento, è necessario
adottare un qualsiasi sistema che eviti il contatto tra tale pericolo e il lavoratore.
Questo concetto, manifestato già
nelle norme degli anni cinquanta, viene a volte ignorato o sottovalutato
portando poi ad eventi tragici come quello sopra narrato. Deve essere chiaro
che ogni qualvolta vi sia il rischio di venire trascinati, schiacciati,
impigliati, afferrati, colpiti, ecc. da organi in movimento è obbligatorio che
essi siano protetti, segregati oppure provvisti di dispositivo di sicurezza. La
legge italiana, in materia di igiene e sicurezza negli ambienti di lavoro,
lascia decidere al destinatario della normativa come prevenire ed eventualmente
proteggere i lavoratori da contatti con gli elementi mobili di una macchina. I
sistemi che si possono adottare sono molti: dai ripari fissi a quelli interbloccati,
dalle barriere immateriali alle fotocellule laser.
Occorre quindi valutare ogni
macchina in maniera approfondita, tenendo conto di ogni elemento mobile e ogni
organo lavoratore e, qualora vi sia il pericolo di venire a contatto con questi
da parte dei lavoratori, intervenire immediatamente per segregare la zona con mezzi
e sistemi previsti dalla normativa.
Attenzione perché acquistare una macchina
marcata CE non è sinonimo di sicurezza; difatti non sono rare le situazioni
di pericolo che vengono riscontrate anche su questo tipo di attrezzature che,
per definizione, dovrebbero rispettare i requisiti di sicurezza previsti dalla
vigente Direttiva Macchine.
Si raccomanda inoltre, in caso di
visite in azienda da parte di persone terze, un approfondimento della
valutazione dei rischi potenzialmente presenti negli ambienti e nei percorsi
accessibili agli ospiti e la predisposizione di idonei protocolli di
comportamento.
Come è andata finire
Il titolare dell’azienda, in
seguito all’infortunio, ha provveduto a effettuare la nuova valutazione dei
rischi di tutto il reparto ponendo particolare attenzione al macchinario che ha
causato l’incidente. A seguito della valutazione sono stati installati ripari
fissi a protezione di tutte quelle zone pericolose presenti sul macchinario in
modo da evitare qualsiasi contatto con elementi e organi lavoratori mobili.
È indubbio che tutte le
protezioni adottate devono rimanere installate altrimenti l’intervento
effettuato perde di efficacia. Rimane altresì scontato che tutti gli interventi
di manutenzione dovranno avvenire a macchina ferma e ad opera di personale adeguatamente
formato.
Le raccomandazioni sono state elaborate dalla comunità di pratica sulle
storie di infortunio riunitasi il 9 marzo 2016 a Vercelli e costituita da:
Carlo Barbero, Davide Bogetti, Giampiero Bondonno, Sara Cassano, Savina
Fariello, Giovanni Muresu, Gabriele Mottura, Antonino Nebbia, Antonella
Pacella, Marisa Saltetti; infine sono state riviste dagli autori della storia.
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la versione integrale della storia (Formato pdf, 609 kB)
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