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"Buone prassi per gestire il rischio da polveri di farine"
fonte www.puntosicuro.it / Salute
08/04/2013 - PuntoSicuro ha più volte messo in rilievo come le
patologie respiratorie siano tra le prime cinque cause di malattia professionale nei paesi europei e come, in particolare, l’
asma collegata al lavoro (WRA,
work related asthma) è la più usuale malattia respiratoria in ambito
lavorativo. E in particolare le mansioni più coinvolte nella cosiddetta “
asma del panificatore” sono quelle dei panificatori, mugnai, pasticceri, alimentaristi, pizzaioli, cuochi, sia in ambito artigianale che industriale.
In relazione al rischio dell’insorgenza di asma e alla valutazione dell’esposizione a polveri di farina nel comparto panificatori, le aziende USL 3 Pistoia e USL 10 Firenze hanno messo a punto un progetto validato come
buona prassi il 6 marzo 2013 dalla Commissione Consultiva Permanente per la salute e la sicurezza sul lavoro.
La buona prassi validata, dal titolo “
Miglioramento del sistema di gestione del rischio da polveri di farine”,
fa riferimento alla lavorazione della farina per la produzione di pane,
focacce e biscotti attraverso varie fasi che vanno dal caricamento
della macchina impastatrice all’impastamento, intelatura, infornatura e
sfornatura.
La problematica affrontata è data dal fatto che i lavoratori addetti alla panificazione “sono soggetti a malattie a carico dell’apparato respiratorio determinate
dalla inalazione di polveri di farina di frumento e/o additivi aggiunto
all’impasto”. Infatti la farina è “un prodotto naturale che contiene
varie sostanze che possono causare allergie, sensibilizzazioni
respiratorie e, all’aumentare dell’esposizione, asma occupazionale”.
Inoltre - come indicato nel documento allegato alla scheda relativa
alla Buona Prassi - alle malattie respiratorie possono aggiungersi
anche “eruzioni cutanee sempre da sensibilizzazione a polveri di farina,
nonché disturbi muscolo scheletrici causati da erronee procedure di
movimentazione manuale carichi e malattie da movimenti ripetitivi degli
arti superiori che evolvono entrambi in forme cronico invalidanti”
Alcuni fattori sembrano favorire l’insorgenza delle
patologie da sensibilizzazione a polveri di farina: “cattive condizioni igienico ambientali, scarsa pulizia degli ambienti e mancanza di procedure per la gestione del rischio”.
Per
conoscere l’entità dell’esposizione dei lavoratori “a polveri di farina durante
le varie fasi di lavoro (manipolazione dei sacchi, travaso della farina,
impastamento manuale, ecc.) e per capire quali aspetti di miglioramento
potevano essere introdotti nel sistema di gestione del rischio le UU.FF. di
Prevenzione, Igiene e Sicurezza del Lavoro dell’azienda USL 3 di Pistoia, in
collaborazione con il laboratorio di Sanità Pubblica di Firenze hanno
effettuato un’
indagine igienico
ambientale in un campione di 18 aziende con tipologia produttiva di tipo
artigianale”.
Nelle
aziende sono stati “eseguiti campionamenti personali sia nel turno di lavoro
che nella fase di lavorazione dell’impasto, quest’ultima con maggior rischio
espositivo, oltre a campionamenti ambientali per avere una stima delle
condizioni generali di inquinamento da polveri di farina”.
I
dati emersi hanno evidenziato “una
esposizione
media dei lavoratori superiore rispetto a misure eseguite in altri Paesi
Europei, come Olanda, Belgio, Regno Unito”. E, come altri studi, “hanno
mostrato una prevalenza molto elevata di valori superiori al valore di TLV/TWA
ACGIH di 0,5 mg/m2 ribadendo l’importanza di quanto presente nelle
normative di salute e sicurezza dei luoghi di lavoro che è necessario
realizzare una gestione del rischio ponendo particolare attenzione alle misure
di prevenzione e protezione presenti e garantendo un livello di efficacia nel
tempo”.
In
relazione ai
valori limite per le
polveri di farina, al documento è allegata una tabella con i valori limiti
adottati nel tempo in vari paesi. Si indica inoltre che il Scientific Committe
on Occupational Exposure Limits ( SCOEL) afferma “che non
è possibile proporre un valore limite occupazionale (OEL) per i
sensibilizzanti”.
Ad
esempio un OEL di 1 mg/m3 per la frazione inalabile se da una lato
dovrebbe proteggere la maggior parte dei lavoratori, potrebbe scatenare sintomi
in lavoratori sensibilizzati.
Nella
ricerca, al fine di rilevare la presenza di sensibilizzazione ad allergeni
comuni e professionali, sintomi oculorinitici e patologia respiratoria (asma,
rinite allergica e bronchite cronica), è stata effettuata parallelamente
“un’indagine sanitaria in 154 lavoratori (67,2% degli addetti) di cui 122
maschi e 32 femmine occupati in aziende di tipo artigianale e/o di piccole
dimensioni”. Il 45,5 % dei soggetti “ha riferito disturbi in relazione al
lavoro: sintomi nasali 28,5%, sintomi polmonari 17,5%, difficoltà di respiro
13,6%, asma bronchiale 1,3%, disturbi cutanei 2,0%. Non sono state riscontrate
differenze statisticamente significative nei sintomi tra uomini e donne,
dimensioni aziendali o abitudine al fumo, mentre abbastanza interessante è il
fatto che i sintomi di rinite prevalevano nei lavoratori con anzianità
lavorativa < 10 anni (36%) ed i disturbi cutanei erano presenti solo in
questa fascia di età”. Riguardo invece all’apparato osteoarticolare, “nei
maschi sono risultati prevalenti i disturbi a carico
del rachide
lombare soprattutto nelle fasce di età avanzate, mentre nelle femmine sono
risultati prevalere i disturbi a carico del rachide cervicale e degli arti
superiori, in rapporto con le diverse mansioni svolte dai maschi (attività più
gravose per il rachide) rispetto alle femmine (addette per lo più a mansioni di tipo
ripetitivo)”.
Torniamo
alla buona prassi e alla
soluzione
individuata.
La
valutazione ha evidenziato “che le operazioni a maggior rischio espositivo sono
risultate quelle della
preparazione
dell’impasto e della
pulizia degli
ambienti di lavoro”. Quindi è necessario porre particolare attenzione “per
quanto concerne la messa in atto di quelle misure di prevenzione e protezione
atte ad evitare l’inalazione di polveri di farina e garantendo un livello di
efficacia nel tempo”.
La
soluzione “può essere identificata nel formare ed informare i dipendenti del
corretto uso della farina durante la preparazione dell’impasto in particolare
utilizzando
convogliatori a caduta della
farina nelle macchine impastatrici evitando così lo spolveramento
nell’ambiente delle particelle inalabili e respirabili, e in relazione alle
fasi di pulizia di macchine ed ambienti di utilizzare esclusivamente macchine
aspiratrici”.
Il
documento allegato alla scheda segnala che nella fase di caricamento delle
macchine impastatrici è stata dunque promossa “l’installazione di appositi silos
nei quali la farina viene conservata e da cui la farina giunge direttamente
all’interno dell’impastatrice mediante un sistema automatizzato azionato
dall’operatore”.
Datori
di lavoro e lavoratori sono stati
informati
e formati “sul rispetto delle norme igieniche, ritenute condizioni
essenziali per la prevenzione dei disturbi e malattie respiratorie, provvedendo
alla pulizia giornaliera di macchine e spazi di lavoro, intervenendo
sull’organizzazione del lavoro e adottando procedure corrette di manipolazione
della farina nelle operazioni di svuotamento sacchi e impastamento manuale”.
L’installazione
dei silos oltre a ridurre il rischio da esposizione a polveri di farina si è
poi dimostrata “particolarmente vantaggiosa anche per la riduzione del rischio da
sovraccarico biomeccanico del rachide e arti superiori in particolare a carico
delle spalle, facendo registrare una riduzione di lombalgie acute e patologia
dolorosa della spalla in operatori di aziende che hanno provveduto a realizzare
tale bonifica”.
Concludiamo
con una breve rassegna dei
costi e
benefici.
I
costi da sostenere – indica la scheda - sono prevalentemente quelli relativi
all’installazione dei silos che può essere quantificata, in base alle
“dimensioni di contenimento, alla possibilità di poter disporre di più punti di
caricamento e dalla lunghezza delle condotte da 15.000 a 20.000,00 Euro per un
silos con portata di circa 60 q.li”.
Tuttavia
a fronte dei costi evidenziati si ottengono “sensibili benefici in termini di
riduzione dei livelli di esposizione a polveri di farina, di benefici anche
economici con la riduzione dei costi aziendali non solo in relazione ad
eventuali infortuni, malattie professionali, ma anche in termini di risparmio
sull’acquisto delle farine in forma rinfusa anziché in sacchi. Ciò ovviamente
permette di registrare un incremento della produttività e della qualità del
lavoro”.
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