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"I rischi al femminile: gli agenti fisici e il rischio chimico e biologico"
fonte www.punosicuro.it / Salute
20/10/2014 - Si possono
riassumere i temi sollevati dalle molte pubblicazioni Inail sulla
questione di genere indicando che le
differenze di genere tra lavoratori e lavoratrici nell’esposizione ai fattori
di rischio occupazionale si combinano con le differenze psicologiche e sessuali
e con le diverse situazioni sociali per produrre, in definitiva, un
quadro di rischi specifico per uomini e
donne. Un quadro di rischi che deve essere ben presente a chi elabora la valutazione
del rischio nei luoghi di lavoro.
RTM
Per aumentare la consapevolezza
delle
differenze di genere nei fattori
di rischio, nelle scorse settimana abbiamo concentrato la nostra attenzione
sulle differenze di esposizione relative ai
pericoli di natura infortunistica e ergonomica.
Oggi ci occupiamo anche di altri
rischi, da quello chimico a quello relativo agli agenti fisici, riferendoci
ancora a quanto contenuto nel documento Inail “ Salute e sicurezza
sul lavoro, una questione anche di genere. Rischi lavorativi. Un approccio
multidisciplinare. Volume 4”.
Riguardo alla
differenza di esposizione a pericoli di
natura chimica, il documento ricorda che molti lavori a prevalente
occupazione femminile espongono i lavoratori a rischio chimico, spesso non
adeguatamente valutato. Ad esempio “in quelle attività che rientrano nella
categoria dei ‘lavori bagnati’ (parrucchiere, estetiste, pulizie, lavanderie),
si riscontra un’esposizione rilevante a detergenti e talora solventi
(percloroetilene nelle lavanderie a secco) che possono causare patologie
dermatologiche (Bregnhoj A. et al., 2010) o respiratorie (Albin M. et al.,
2002)”. Mentre nel settore
sanitario, che è a prevalente occupazione femminile, “si riscontrano
esposizioni a rischio chimico dovuto alla manipolazione e impiego di farmaci,
reagenti di laboratorio, disinfettanti, detergenti, sia nelle attività di cura
del paziente che in quelle di pulizia degli strumenti e di ambienti”. Senza
dimenticare, sempre nel settore sanitario, “l’esposizione a sostanze chimiche
cancerogene come la formaldeide, l’ossido di etilene e i farmaci
antiblastici (antitumorali)”.
Tuttavia anche in “attività
tradizionalmente considerate poco significative per l’esposizione a rischi come
le attività impiegatizie, la segregazione orizzontale e verticale per genere
comporta una differente esposizione a sostanze chimiche pericolose. Infatti le
donne sono più spesso impiegate in mansioni e ruoli meno qualificati, e
conseguentemente operano spesso in ambienti più critici da un punto di vista
microclimatico e organizzativo (ambienti più affollati, concentrazione di
stampanti e fotocopiatrici, campi elettromagnetici, etc ) (Messing et al., 1998)”.
E infatti diversi studi indicano come la
Sick-building
syndrome (la cosiddetta “ sindrome da edificio
malato”), “probabilmente a causa delle diverse condizioni ambientali in cui
operano, sia più frequente nel genere femminile”.
Il documento Inail si sofferma
anche sulla
differenza di esposizione a
pericoli di natura biologica.
Infatti “le donne sono più spesso
soggette ad infezioni da agenti respiratori o trasmissibili per contagio
interumano, presenti soprattutto negli ambienti lavorativi a stretto contatto
con il pubblico, dove sono maggiormente impiegate: si tratta dei servizi
socio-assistenziali, estetici, del settore dell’istruzione o dei servizi di
pulizia e lavanderia”.
Dopo aver accennato alla maggiore
esposizione femminile al rischio biologico nei lavori di pulizia e lavanderia e
nel settore sanitario,
il documento si sofferma sull’ambiente di lavoro “scuola”, con riferimento, ad
esempio, alla “possibile esposizione ad agenti infettivi delle tipiche malattie
esantematiche, che talvolta negli adulti possono anche determinare forme più
gravi e non sempre riconosciute come malattie correlate al lavoro, o talora
danni di tipo teratogeno nel caso che la lavoratrice sia in gravidanza”.
Veniamo alla
differenza di esposizione a pericoli di natura fisica.
Riguardo agli agenti fisici, si
segnala un fattore di rischio professionale che “rimane a tutt’oggi
sottovalutato per il genere femminile”: il
rumore.
Se in generale l’esposizione al rumore “è maggiormente presente nel lavoratore
maschio, tradizionalmente occupato in attività che comportano l’utilizzo di
strumenti e o macchine particolarmente rumorosi”, spesso le donne “risultano
più esposte a rumori d’intensità media, ad eccezione di particolari settori
lavorativi, come per esempio quello tessile e quello alimentare dove, le
addette ai telai e all’utilizzo di macchinari per la macellazione o per il
confezionamento dei prodotti alimentari, sono sottoposte a livelli di rumore di
intensità tale da porre un rischio sia per l’apparato uditivo che extrauditivo”.
Altri settori a prevalente componente femminile, dove l’esposizione a rumore è
stata fino ad oggi spesso sottovalutata, sono “rappresentati dal settore
turistico alberghiero ( attività in
bar, ristoranti o locali pubblici di altri tipo)”.
Riguardo agli agenti fisici ci si
sofferma poi anche sull’esposizione a
condizioni
microclimatiche avverse “che si verificano in alcuni settori come quello
alimentare della produzione casearia, della lavorazione e confezionamento del
pesce surgelato, degli avicoli, etc. dove la necessità del mantenimento della
catena del freddo in tutte le fasi di lavorazione, comporta il persistere
dell’esposizione a condizioni di freddo e umidità (Messing K et al., 1992)”.
Il capitolo del libro relativo
alle differenze di esposizione si sofferma infine sui
pericoli di natura psico-sociale, un tema su cui il nostro giornale
si è già soffermato in relazione all’occupazione femminile.
A questo proposito si ricorda che
le differenze di genere sono particolarmente evidenti con riferimento ai casi
di segregazione occupazionale, cioè all’ineguale distribuzione per genere degli
individui tra le diverse occupazioni. Basti ricordare ad esempio che
“globalmente le donne risultano maggiormente impiegate in occupazioni precarie
e meno retribuite, hanno maggiori probabilità di lavorare part-time, svolgono
attività più monotone e con minori opportunità di avanzamento professionale,
soprattutto nel settore pubblico o in piccole imprese con contratti a termine”.
E in alcuni settori ad elevata occupazione femminile (sanità e istruzione in
primo luogo) “si richiede alle lavoratrici di svolgere mansioni molto
impegnative sia sul piano fisico che su quello mentale, con un forte uso delle
risorse relazionali ed emotive che possono comportare stati di stress e di
stanchezza notevoli”.
Concludiamo ricordando, come già
indicato in nostri precedenti
articoli, che per una visione completa dei pericoli lavorativi, dei fattori
di rischio per la sicurezza e salute delle lavoratrici deve essere considerata
anche “la
concomitante esposizione
dovuta al lavoro domestico” la cui suddivisione è ancora fortemente
squilibrata.
Infatti le donne “svolgono ancora
la maggior parte del lavoro non retribuito a casa, come le faccende domestiche,
la cura dei figli e dei familiari, anche quando hanno un impiego a tempo pieno.
Tutte queste mansioni, oltre ad avere un peso notevole sul carico di lavoro
giornaliero, presentano fattori di rischio che possono esercitare effetti
additivi o sinergici on quelli propri del posto di lavoro, quali l’uso di
sostanze chimiche, gli sforzi fisici e le posizioni incongrue o ripetitive,
l’esposizione ad agenti biologici”.
Inail, “ Salute e sicurezza sul lavoro, una questione anche di genere.
Rischi lavorativi. Un approccio multidisciplinare. Volume 4”, quaderno
della "Rivista degli Infortuni e delle Malattie Professionali" a cura
di Rita Biancheri, Annalaura Carducci, Rudy Foddis e Antonella Ninci, agosto
2013 (formato PDF, 17.11 MB).
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e sicurezza sul lavoro: questione anche di genere_Rischi lavorativi”.
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