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"La trappola degli infortuni banal"
fonte www.puntosicuro.it / Valutazione dei Rischi
05/05/2016 -
Per far conoscere il modello di sistema di
gestione della sicurezza (SGS) per le Aziende Sanitarie, elaborato e
applicato nelle aziende sanitarie venete, è nato il sito " Tutelare
la salute dei lavoratori delle Aziende Sanitarie”.
Presentiamo oggi un documento tratto dal sito e a cura di
Attilio Pagano che affronta il tema della distrazione come causa di
infortuni.
La distrazione come spiegazione che non spiega
Le strutture sanitarie sono
luoghi di lavoro particolari, ma non così tanto particolari da non condividere
con altre organizzazioni alcune caratteristiche rilevanti per la prevenzione.
Una di queste caratteristiche è che tra gli infortuni, per frequenza,
prevalgono quelli che spesso vengono definiti “banali”, ma che, in effetti,
banali non sono. Un esempio tipico di questi infortuni è la caduta
in piano per inciampo e scivolamento.
Un motivo per comprendere la
definizione di “banali” affibbiata a questi incidenti sta nell’erronea credenza
che ci sia necessariamente una simmetria tra intensità delle cause e intensità
degli effetti. A un esame più approfondito, invece, si rileva che anche una
perturbazione lieve può dare luogo a un grave effetto negativo. Definire banali
gli infortuni che comportano danni limitati e reversibili (a esempio, una
ecchimosi o una distorsione) induce a trascurare la possibilità che le stesse
fondamentali condizioni causali potrebbero avere esiti più gravi (anche molto
più gravi) per l’intervento di un diverso fattore casuale. È, questo, il tema
del proverbiale battito d’ali di una farfalla che può essere tra gli
antecedenti di un uragano.
Un altro motivo per cui gli
eventi di questo tipo possono, superficialmente, venire etichettati come banali
è che appaiono slegati dai pericoli distintivi dell’ambiente socio tecnico in
cui hanno luogo e si tende a riconoscerli come eventi possibili anche nella
vita di tutti i giorni.
In fin dei conti, si potrebbe
pensare, camminare è sempre camminare e, di conseguenza, inciampare o scivolare
sono sempre riconducibili alla stessa causa: la distrazione dell’operatore.
Questa conclusione è molto deludente per motivi teorici (la distrazione come
causa necessaria e sufficiente non è sempre la conclusione di una buna argomentazione
e analisi degli eventi) e per motivi pragmatici (fermarsi alla distrazione
restringe e impoverisce la gamma delle strategie di prevenzione).
Attribuire alla distrazione un
significato causale dell’inciampo e dello scivolamento
è insoddisfacente perché induce a trascurare le condizioni in cui avviene la
prestazione del camminare. La distrazione non avviene in un ‘vuoto pneumatico’,
ma è un correlato del rapporto che lega sistematicamente soggetto, attività e
contesto.
Definire la distrazione come
causa dell’errore nella prestazione del camminare corrisponde a quanto dice il
bacelliere per compiacere il dottore anziano nel finale del Malato immaginario
di Moliere. Il dottore chiede “Perché l’oppio fa dormire?” E il bacelliere
risponde “Perché contiene un principio dormitivo”. Un bell’esempio letterario
di spiegazione che non spiega niente. Passando dall’esempio letterario alla
dimensione psicomotoria e psicologica di eventi di questo tipo, è utile non
accontentarsi di una spiegazione come la generica distrazione che non rende
conto delle condizioni all’origine della distrazione stessa. A esempio, i
fattori processuali e le interfacce che possono favorire dimenticanze o
confusioni. O, ancora, le interferenze con altri compiti o altri oggetti di attenzione.
Spiegazioni più ricche e dense di
indicazioni contestuali risultano anche più utili per la prevenzione.
La distrazione come strategia di prevenzione che non previene
La distrazione, oltre a essere
una spiegazione apparente, è anche fonte di strategie di prevenzione povere e
inefficaci.
Esortare a stare attenti nello
svolgimento di una prestazione che è normale svolgere in modo automatico è
vano, inutile. Nessuno può mantenersi attento alla prestazione quando questa è
già stata svolta così tante volte da risultare una prestazione iper-appresa e,
per questo motivo, eseguibile anche senza la fatica del controllo.
Certamente, la consapevolezza
della pericolosità intrinseca e/o della elevata probabilità di errore motivano
a mantenere elevata l’attenzione al compito. Ma, anche in questi casi, è
osservabile come, spontaneamente, le persone sanno separare, nel quadro globale
di una attività complessa, le fasi che comportano sotto-attività (mentali e
motorie) distintive di una prestazione particolarmente delicata (il compito
principale) da quelle fasi e sotto-attività che invece sono presenti anche in
altre attività non così delicate (i compiti accessori). A esempio, in una
attività delicata come l’esecuzione di una analisi endoscopica o di un
trattamento antitumorale chemioterapico, si può ragionevolmente ritenere che
gli operatori sappiano riconoscere le fasi in cui un errore di distrazione può
essere facilmente associato a un danno grave o, persino, irrimediabile. In
queste fasi, lo sforzo di attenzione potrà essere mantenuto anche se quelle stesse
attività sono state eseguite in precedenza numerose volte. Ma nessun attività
può essere composta soltanto da sotto-attività distintive e particolari. A
fianco di un compito principale, inevitabilmente, ci sono anche sotto-attività
che possono essere presenti in attività non altrettanto critiche.
Proprio nello svolgimento di
queste sotto-attività può manifestarsi il fisiologico calo dell’attenzione e,
di conseguenza, lo spazio per la distrazione e i suoi errori o incidenti.
Prendere un oggetto o lasciarlo, piegarsi e sedersi o alzarsi, ruotare sul
posto o camminare sono sotto-attività che, anche se fanno parte di una
prestazione lavorativa giudicabile nel suo specialismo come critica, non
possono essere oggetto di continui attenzione e controllo volontario.
L’attenzione non è soltanto una
risorsa limitata. Essa tende anche a rallentare, impacciare prestazioni mentali
e motorie che è più vantaggioso che scorrano con la fluidità dell’esercizio
basato sull’iper-apprendimento. Questo vantaggio, però, può celare delle
insidie.
Al variare delle condizioni
tipiche e ripetitive che avevano accompagnato l’esercizio delle prestazioni ora
iper-apprese, può rendersi necessario recuperarne un controllo attentivo.
L’attenzione diventa quindi una
risorsa per le strategie di prevenzione se gli operatori imparano a usare
categorie osservative del contesto. Mentre, per l’esecuzione di attività
accessorie come il camminare, non è produttivo chiedere di stare attenti a quel
che si fa, per quelle stesse attività accessorie, può essere opportuno chiedere
di stare attenti alle variazioni del contesto (l’ambiente, le strutture
tecniche e i materiali, le interazioni sociali). Mentre la prevenzione basata
su una esortazione a stare attenti a quel che si fa mostra i suoi limiti, quella
basata sulla consapevolezza dei fattori del contesto operativo suscettibili di
variazioni può consentire strategie più efficaci, perché in grado di agire su
aspetti modificabili.
Attilio Pagano
Fonte: sgssanita.it
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